Claude Raffestin, geografo italiano

di Claudio Minca

Nella notte tra il 24 e il 25 settembre, all’età di 89 anni, si è spento Claude Raffestin, figura intellettuale che ha segnato più di una generazione di geografi e geografe, non solo nel contesto francofono, nel quale ha trascorso gran parte della sua carriera, ma anche in Italia. Nato nel 1936 a Parigi, si trasferisce a Ginevra per studiare e, grazie ad una folgorante carriera, a 33 anni diventa Professore di Geografia presso l’Università di Ginevra. La lista dei riconoscimenti e delle cariche di prestigio che ottiene da quel momento in poi è lunga e articolata e da sola basterebbe a testimoniare l’importanza del suo lavoro a livello istituzionale, oltre che nel dibattito disciplinare. È stato, ad esempio, il primo geografo a far parte del National Research Council della Swiss National Science Foundation e, nelle fasi finali della sua carriera, ha ricoperto la carica di pro-rettore presso la sua università, dove ha lavorato fino al 2000, per poi trasferirsi a Torino, dove ha continuato a studiare e scrivere negli anni successivi.

Il suo impatto sulla geografia di lingua francese è stato enorme e impossibile di riassumere in queste poche righe. Per questo compito rimando al ricordo di Juliet Fall, che con lui ha condiviso molti anni di lavoro nella stessa università (https://www.unige.ch/lejournal/trajectoires/hommages/2025/claude-raffestin-le-boxeur-de-la-doxa/), e all’importante contributo di Francisco Klauser, che sull’opera di Raffestin ha scritto importanti pagine e dato vita ad iniziative editoriali di grande respiro, comprese alcune in lingua inglese.

Qui vorrei ricordare invece il ruolo di Claude Raffestin, geografo italiano. È ampiamente riconosciuto che l’opera di Raffestin ha avuto un’influenza significativa nel mondo accademico italiano, andando ben oltre la geografia. In particolare, le sue concettualizzazioni della territorialità e il suo dialogo con la cosiddetta “filosofia continentale” e la teoria sociale critica hanno avuto un impatto duraturo sul lavoro di un gruppo selezionato, ma influente, di geografi e geografe in Italia. Il suo impegno, già negli anni Ottanta con l’opera di Foucault, Heidegger, Greimas, Lefebvre, Barthes, Luhmann e altri, ha esercitato un grande fascino su varie componenti della geografia italiana, attratte dalla sua straordinaria capacità di coniugare teoria, metodi e questioni empiriche, ma anche dalla sua propensione a illustrare la dimensione intrinsecamente politica del pensiero e delle pratiche geografiche.

Claude Raffestin è stato infatti un vero protagonista di una delle stagioni più produttive e intellettualmente stimolanti della geografia italiana del dopoguerra, un periodo approssimativamente collocabile tra gli anni Ottanta e l’inizio del decennio successivo, durante il quale gruppi di geografi e geografe italiani entrarono in contatto con la riflessione critica che popolava la geografia svizzera e francesi, dando vita a un dibattito altamente produttivo (si pensi, ad esempio, ai lavori usciti in quegli anni a cura di Angelo Turco e Clara Copeta). Alcuni di questi gruppi avviarono con Raffestin in particolare un dialogo transnazionale che, a mio avviso, non avrà eguali in Italia nei decenni successivi.

Come ricordavo poco sopra, tra i suoi contributi teorici, quello che ha lasciato un segno più significativo e duraturo è il suo lavoro sulla territorialità. La concezione della territorialità di Raffestin, che rappresentava un tentativo di costruire un quadro geografico generale per la comprensione del “sociale” in relazione al “politico”, aveva il merito di offrire un impianto teorico-analitico convincente in grado di dialogare con diverse tradizioni di pensiero critico presenti nella geografia italiana all’epoca e, al contempo, di fornire un utile riferimento concettuale per esplorazioni empiriche delle relazioni e dei processi territoriali. Nel riformulare una geografia che fosse capace di incorporare una visione critica del potere e di superare una volta per tutte l’influenza della tradizione vidaliana, la teoria della territorialità di Claude Raffestin attinse ampiamente alla filosofia critica francese e, più specificamente, alla concezione relazionale del potere di Michel Foucault. Queste convergenze testimoniano un modo specifico di “fare geografia” proposto da Raffestin, costantemente conteso tra il “bisogno di teoria” e la preoccupazione per l’impatto sociale delle sue idee e dei suoi scritti, per i modi cioè in cui i suoi concetti avrebbero potuto tradursi in un impatto effettivo sulla realtà territoriale.

Durante le prime fasi della mia carriera, rimasi molto colpito dall’incontro con l’opera di Claude Raffestin, in particolare dai suoi lavori sulla territorialità e dalle sue riflessioni sulla geografia culturale. In seguito, ho avuto modo di riscoprire il Raffestin geografo politico, tornando al suo fondamentale Pour une géographie du pouvoir, tradotto in italiano nel 1981 (ripubblicato di recente in Francia e in Italia in una nuova traduzione a cura di Elena dell’Agnese e con una prefazione di Franco Farinelli, a conferma della sua attualità e rilevanza), ma che io avevo letto soltanto nei primi anni Novanta senza cogliere l’importanza di un’opera che anticipava di molto alcune prospettive teoriche e alcuni temi che diventeranno centrali nella disciplina qualche decennio più tardi. Ricordo che ebbi l’occasione di parlargliene in maniera del tutto informale e cordiale durante il convegno “Geografie che hanno fatto la storia”, che organizzai insieme a Claudio Cerreti una decina di anni fa.

Come ho avuto modo di affermare in un contributo per una special issue a lui dedicata qualche tempo fa su una rivista in lingua inglese, sono convinto che Claude Raffestin sia stato un gigante accademico e una figura chiave nella storia recente della geografia italiana. Il suo importante status accademico in Italia era dovuto non soltanto al suo profilo intellettuale e alla sua capacità di agire come geografo “organico”, ovvero alla sua abilità di intervenire (e avere un impatto) in molti diversi ambiti di riflessione della disciplina. In Italia, Raffestin era considerato un grande maestro, nell’accezione più positiva del termine, la cui reputazione si fondava anche sulla sua profonda conoscenza della storia della disciplina e sulle sue riflessioni sullo statuto epistemologico del sapere geografico. Con il suo atteggiamento critico e le sue idee innovative, Raffestin ha infatti contribuito in modo fondamentale a costruire ponti e ad immaginare intersezioni tra la geografia italiana e la teoria sociale europea, anticipando in molte occasioni tendenze, connessioni ed esperienze che sarebbero diventati popolari e, per certi versi, un patrimonio condiviso nella produzione di sapere geografico che caratterizzerà la nostra comunità nei decenni successivi. Per molti aspetti, è stato la figura intellettuale che la geografia italiana avrebbe voluto avere al suo interno e incorporare forse in maniera ancora più organica.

Ci mancherai molto, caro Claude; mancherai a chi nella mia generazione ti ha sempre considerato un riferimento imprescindibile, e a chi ha avuto la fortuna e il privilegio di fare geografia assieme a te.