Yves Lacoste (1929–2026)

Diamo triste annuncio della scomparsa di Yves Lacoste. Di seguito pubblichiamo un ricordo di Angelo turco.

 

Yves Lacoste

 

Una sera a Palazzo Farnese

Conobbi Yves Lacoste a Roma, tanti anni fa, in occasione di un affollatissimo Convegno organizzato da Attilio Celant. Un Convegno di cui rimane traccia solo nella memoria di qualcuno, ormai, perché non mi risulta che si raccolsero gli Atti. Ma Attilio può smentirmi, naturalmente, e nessuno sarebbe più felice di me.

Ero un giovanotto di belle speranze, allora, mentre lui era un geografo famoso. La mia forza era Trieste, dove avevo fatto il concorso per Assistente insieme a Gianfranco Battisti,  e dove avevo avuto modo di conoscere il mitico Prof. Bonetti e la sua allieva Paola Pagnini e insomma avete capito: conoscevo F. Ratzel, seppure da lontano, e la Politische Geografie, seppure da lontanissimo. Lacoste all’epoca era, per me, soprattutto “Geografia del Sottosviluppo”, un libro rivelatore che si legge ancor oggi con grandissimo profitto,  su cui avevo dato con il Prof. Saibene il secondo esame di Geografia, allora un biennale alla Facoltà di Economia e Commercio. Credo di essere entrato nel meraviglioso mondo dell’epistemologia attraverso la sua idea di “definizione genetica”, con cui ci fece capire che cos’era davvero il sottosviluppo: non una figura descrittiva, come inclinavano a presentarla i geografi, e men che meno un maledizione della storia, ma una categoria analitica che andava a fondo nell’esplorazione dei meccanismi che producevano povertà e subordinazione.

Non parlammo molto durante il Colloquio, anche perché era sempre circondato da gente che voleva parlargli. Ma scambiammo più di quattro chiacchiere la sera a, Palazzo Farnese, dove l’Ambasciata di Francia volle ricevere  quell’ospite illustre assieme a una ventina di persone tra cui Attilio riuscì ad infilarmi. L’ho visto solo casualmente in seguito. Ma ne ho studiato sistematicamene ed avidamente i testi, soprattutto quelli sul Maghreb, di cui era forse il massimo esperto mondiale fuori dal mondo islamico. Ci incrociavamo però attraverso i miei allievi che approdavano sistematicamente a Paris VIII, dove insegnava, nel corso delle loro peregrinazioni parigine.

Una figura del “rigore militante” 

La sua scomparsa, avvenuta il 20 giugno 2026 all’età di 96 anni, segna la fine di una delle più importanti vicende intellettuali della geografia europea del secondo Novecento. Con lui scompare non soltanto il fondatore della scuola francese di geopolitica (La géopolitique, une invention française, intitolò un suo libro di interviste), ma una figura che ha restituito alla geografia una dignità politica e strategica che sembrava irrimediabilmente compromessa dopo il secondo conflitto mondiale.

Nato a Fez, nel Marocco allora francese, nel 1929, cresciuto in un ambiente familiare colto e segnato dall’esperienza coloniale, Lacoste si formò alla Sorbona e insegnò inizialmente in Algeria, vivendo direttamente le tensioni della decolonizzazione. L’esperienza nordafricana fu decisiva: gli fornì quella sensibilità verso i rapporti tra spazio, potere e conflitto che sarebbe rimasta il tratto distintivo di tutta la sua opera. Dopo gli studi sul sottosviluppo e sul Maghreb, acquisì notorietà internazionale durante la guerra del Vietnam, quando dimostrò, attraverso una raffinata analisi geografica, che i bombardamenti americani sul delta del Fiume Rosso colpivano deliberatamente le infrastrutture idrauliche. La geografia appariva così come uno strumento di interpretazione strategica e non una semplice descrizione della superficie terrestre.

Il vero spartiacque fu tuttavia il 1976, con la pubblicazione di La Géographie, ça sert, d’abord, à faire la guerre. Quel titolo provocatorio era destinato a diventare un manifesto. La tesi di fondo era semplice ma rivoluzionaria: la geografia non è una disciplina neutrale; è un sapere che serve all’esercizio del potere. In un’epoca in cui la geografia universitaria francese era dominata da approcci descrittivi o quantitativi, Lacoste riportava al centro le rivalità territoriali, la strategia, la dimensione conflittuale dello spazio.

La sua personalità intellettuale era singolare. Polemico, anticonformista, poco incline ai dogmatismi, Lacoste non amava definirsi “geopolitologo”. Si considerava, prima di tutto, un geografo. Era diffidente verso le astrazioni teoriche e preferiva partire dai casi concreti. Dietro una scrittura spesso combattiva si trovava però un pensatore di grande finezza, capace di muoversi tra scale differenti (suo il metodo della diatopia nell’analisi geopolitica) e di ricondurre eventi apparentemente separati entro configurazioni territoriali più ampie ed inclusive.

La fondazione della rivista Hérodote e, più tardi, dell’Institut Français de Géopolitique, costituì la sua maggiore impresa istituzionale. Attorno a lui si formò un’intera scuola, da Béatrice Giblin a Michel Foucher, che contribuì a riabilitare il termine stesso di “geopolitica”, compromesso dall’eredità tedesca e nazista. Grazie a Lacoste, la geopolitica tornò a essere uno strumento legittimo di analisi delle rivalità di potere sui territori.

La sua eredità teorica non consiste tanto in un sistema chiuso, quanto in un atteggiamento metodologico: attenzione alle rappresentazioni, pluralità delle scale, centralità dei conflitti, rifiuto delle spiegazioni uniche. La geopolitica, per lui, era innanzitutto una lotta tra attori che elaborano immagini differenti dello spazio.

La geopolitica mediale di cui mi sto occupando.

Ed è proprio qui che, retrospettivamente, mi piace pensare che si apra una possibile connessione con ciò di cui oggi costituisce il cuore della mia ricerca e che confluisce in un libro che uscirà quest’autunno, spero, con il titolo “Geopolitica mediale”.

Lacoste non elaborò mai una teoria dei media in senso proprio. Non studiò le infrastrutture mediatiche, i regimi tecnici della comunicazione o l’epimedialità della territorializzazione. Tuttavia, molti suoi lavori contengono intuizioni che sembrano prefigurare tale prospettiva. Egli attribuiva enorme importanza alle carte geografiche, ai discorsi, alle immagini e alle rappresentazioni come strumenti della lotta politica. La stessa rivista Hérodote nacque come dispositivo intellettuale volto a produrre e diffondere interpretazioni geopolitiche.

Ancora più significativo è il fatto che Lacoste fosse consapevole del ruolo della televisione, della stampa e dell’informazione nella costruzione delle percezioni collettive. In questo senso, senza nominare i media come oggetto autonomo, egli praticava una geopolitica delle rappresentazioni.

La differenza rispetto alla geopolitica mediale che ci sforziamo di mettere a punto è però decisiva. Per Lacoste, i media restano strumenti attraverso cui si esprimono rivalità territoriali preesistenti; nella geopolitica mediale, invece, i regimi mediali stessi diventano produttori di territorialità e attori geopolitici. Se Lacoste ha mostrato che il potere combatte anche attraverso le rappresentazioni, la geopolitica mediale aggiunge che le forme mediali possiedono una propria capacità di generare forme non solo costitutive e materiali di territorio, ma anche forme configurative (cioè emozionali) ed ontologiche (cioè visionarie, ideologiche, magico-sacrali).

Si potrebbe forse dire che Yves Lacoste non sia stato un teorico della geopolitica mediale, ma uno dei suoi precursori d’eccellenza, sulla scia di Gottmann e dello stesso Ratzel. Egli ha esplorato piste molteplici e feconde, mostrando che la geografia è sempre un sapere situato nelle relazioni di potere; spetta oggi alle nuove generazioni estendere questa intuizione al mondo delle piattaforme, delle immagini digitali e degli ecosistemi mediali.

Angelo Turco