A proposito dell’offensiva turca nel Nord della Siria [Comunicato stampa]

La differenza tra una partita di Risiko e la realtà è la complessità: facciamo un appello ai media e all’opinione pubblica affinché si affrontino in profondità, da una prospettiva geografica,  i nodi spaziali, storici, economici e sociali in cui affondano le radici sia questa questione che, più in generale, tutti i fatti di attualità geo-politica. 

In questi giorni i media di tutto il mondo informano dell’offensiva turca nel nord della Siria. La motivazione di sintesi, che molta parte della stampa fornisce, è riduttivamente geografica: la volontà di occupare una porzione di territorio profonda 30 chilometri del nord della Siria per ridislocare in quell’area un elevato numero di rifugiati siriani ora in Turchia e – si argomenta – allo scopo di prevenire attacchi terroristici. Questa rappresentazione sarà quella che resterà impressa nella percezione del cittadino medio con poco tempo a disposizione per approfondire.

Erdogan, nel suo intervento di martedì 24 settembre 2019, mostra alle Nazioni Unite la rappresentazione cartografica di quello che definisce “peace corridor”.

Fonte: Kurdistan24.net, Erdogan challenges US on northeast Syria, Israel, un click QUI per l’articolo.

 

Dal New York Times: Situazione nel Nord della Siria al 16 Ottobre 2019. In giallo, Esercito turco e opposizione siriana; in blu, esercito siriano; in rosso, posizioni USA; in nero, basi russe.

Fonte: New York Times, 16 ottobre 2019, The World Condemns Erdogan’s War on Kurds. But Turkey Applauds; un click QUI per l’articolo.

Ovviamente i problemi sono molto più complessi se li si affronta in una prospettiva autenticamente geografica e cioè utilizzando informazioni geostoriche, geopolitiche e con taglio transcalare cioè avvalendosi di scale di riferimento diverse per comprendere la portata locale e globale del problema.

La prima cosa che occorre conoscere è la dimensione del fenomeno. I Curdi sono uno dei popoli senza patria più numerosi al mondo: le stime variano tra i 30 e i 50 milioni di abitanti. 20 milioni si trovano in Turchia. Questo, di per sé, è già un dato fondamentale per spiegare la portata del problema a scala locale, che non può essere ridotto a una porzione di territorio di 30 chilometri dalla linea nord-orientale del confine turco-siriano.

La creazione di uno stato curdo finirebbe inevitabilmente per interessare le province più importanti del sud-est anatolico e non solo. Difatti, altri 9 milioni di Curdi risiedono in Iran (regione d’origine dei Curdi), quasi 6 in Iraq dove, nel dopo Saddam, con l’avallo statunitense, è nata la regione autonoma del Kurdistan iracheno e poco meno di 2 milioni vivono nel nord della Siria. Sullo sfondo della questione curda e cioè passando alla scala regionale – emergono gli interessi di due potenze regionali (Turchia e Iran e dei loro alleati) e due superpotenze globali: gli Usa (con dietro Israele e Arabia Saudita) che utilizzarono i Curdi contro Saddam durante la Guerra del Golfo e poi contro l’ISIS fino al marzo scorso, e la Russia, tutore storico della Siria che ha riallacciato stretti rapporti con la Turchia, nel tentativo di accrescere il suo ruolo in Medio Oriente.  A tutto questo di aggiunge la trasversale strategia internazionale contro il terrorismo, attribuibile in origine G.W. Bush ma poi utilizzata in chiave elettorale un po’ da tutti. E infatti la questione della lotta al terrorismo internazionale è stata usata prima dagli Usa nella opposizione all’ISIS a favore dei Curdi e ora da Erdogan, in questo caso però contro i Curdi.

La diaspora curda a scala globale

Fonte: L’Atlante di Le Monde Diplomatique (edizione italiana 2009)

I Curdi, una popolazione senza Stato principalmente distribuita in Turchia, Iran, Iraq e Siria

Fonte: L’Atlante di Le Monde Diplomatique (edizione italiana 2009)

Una “interpretazione autentica” della strategia mediatica turca, impostata sul duplice binario terrorismo e questione migratoria, può trovarsi nell’editoriale consegnato dallo stesso Presidente turco Erdogan al Wall Street Journal (evidentemente preoccupato della percezione dell’opinione pubblica statunitense, ed in particolare del mondo dell’economia e della finanza) e pubblicato il 15 ottobre scorso. In quel testo viene evidenziato un piano: rimuovere ogni presenza che Erdogan definisce “terroristica” e che impedirebbe “il ritorno in patria dei rifugiati siriani”, mettendo così “fine alla crisi umanitaria, alla violenza e all’instabilità che sono alla radice dell’immigrazione irregolare nella nostra regione”. Nel corso dell’editoriale citato l’azione militare viene definita “sforzo che la Turchia sta facendo per riunire i rifugiati siriani alle loro terre”, anche se, in chiusura, la stessa azione viene invece declinata come tentativo della Turchia di “mettere fine alle guerre per procura in Siria e ristabilire pace e stabilità nella regione”.

Come geografi non possiamo non mettere in evidenza che:

–          Non si possono considerare le carte geografiche come insiemi di linee che circoscrivono spazi vuoti, del quale è possibile fare qualsiasi uso senza tener conto delle popolazioni storicamente presenti in quell’area geografica; il nord della Siria è attualmente controllato dalla popolazione di etnia curda (storicamente presente in quelle aree), che lo ha difeso dal tentativo di espansione di DAESH e poi riconquistato, combattendo sul campo con gravi perdite quella grave minaccia (non solo a vantaggio di quell’area geografica);

–          Appare irricevibile la velata forma di pressione che utilizza i rifugiati siriani come strumento; al tempo stesso né la comunità internazionale nel suo complesso né l’Unione Europea, più in particolare, possono ignorare il problema dei profughi per il mero fatto che essi non si trovino nel proprio territorio ed è necessario riflettere sul fatto che la cosiddetta “esternalizzazione dei confini” (delega di alcune funzioni, come la gestione dei potenziali rifugiati, in cambio di risorse economiche) non è in grado di risolvere i problemi;

–          L’intenzione dichiarata della Turchia di “mettere fine alle guerre per procura in Siria e ristabilire la pace e la stabilità nella regione” non è coerente con l’apertura di un ulteriore fronte di guerra; la soluzione della questione siriana non può che passare dalla composizione dei conflitti alle diverse scale, da quella macro (che coinvolge potenze globali, regionali e locali) a quella micro e la reazione della Siria dimostra che questo ruolo della Turchia crea ulteriore instabilità;

–          La storica questione curda non può più essere ignorata da parte della comunità internazionale;

–          L’appartenenza della Turchia alla NATO crea ulteriori problemi in caso di escalation del conflitto.

In conclusione, gli eventi cui stiamo assistendo – compresa la notizia del 17 ottobre, in base alla quale la Turchia, su impulso USA (a valle di un incontro tra il vice-Presidente statunitense e il presidente turco), ha stabilito una tregua di 5 giorni chiedendo ai curdi di ritirarsi al di fuori della cosiddetta area-cuscinetto -, derivano da una situazione geo-politica e geo-economica molto complessa, che intreccia questioni geografiche, storiche, sociali ed economiche (nel Kurdistan iracheno e iraniano vi sono anche ingenti giacimenti di petrolio; nel Kurdistan turco è assai rilevante l’importanza della “risorsa acqua”, con gli alti bacini dell’Eufrate e del Tigri e le dighe costruite nell’ambito del progetto turco “GAP”) a diverse scale cronologiche e spaziali. La portata di questi eventi è tale da prorompere nell’opinione pubblica a tutti i livelli (dalla questione migratoria, alla percezione del rischio terrorismo, alle partite di calcio; dalla vicinanza all’esperimento democratico del nord della Siria al timore di derive antidemocratiche che lambiscono l’Unione Europea). Per questo riteniamo fondamentale – mettendo a disposizione le competenze dell’analisi geografica – che il mondo dell’informazione trasmetta all’opinione pubblica gli elementi per comprendere tale complessità piuttosto che banalizzarla o iper-semplificarla; semplificazione che sarebbe dannosa sia per la comprensione dei fenomeni in atto, sia di quelli che ne deriveranno nel prossimo futuro.

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