Geografie della Memoria e dell’Oblio
Coordinatrice: Patrizia Domenica Miggiano (Università Digitale Pegaso)
Membri del gruppo: Elena Dell’Agnese (Università degli Studi di Milano-Bicocca); Giuseppe Muti (Università degli Studi dell’Insubria); Rosario Sommella (Università degli studi di Napoli L’Orientale); Fabio Pollice (Università del Salento); Marco Maggioli (Università degli Studi di Roma Tor Vergata); Libera D’Alessandro (Università degli studi di Napoli L’Orientale); Fabio Amato (Università degli studi di Napoli L’Orientale); Antonella Rinella (Università del Salento); Sergio Zilli (Università di Trieste); Federica Epifani (Università del Salento); Arturo Gallia (Università degli Studi Roma Tre); Giovanni Modaffari (Università degli Studi di Napoli L’Orientale); Giovanna Giulia Zavettieri (Università degli Studi di Roma Tor Vergata) ; Sara Nocco (Università Digitale Pegaso); Camilla Giantomasso (Sapienza Università di Roma); Gustavo D’Aversa (Università del Salento); Maria Domenica Intini (UniCusano); Giorgia Ciolli (UniCusano); Niccolò Matteucci (Università La Sapienza di Roma); Fanny Bortone (Università del Salento); Francesca Vatteroni (Università degli Studi di Roma Tor Vergata); Anna Khorlachenkov (Università Alma Mater di Bologna); Emma Albertari (Università La Sapienza di Roma).
Agenda di ricerca
Geografie della memoria e dell’oblio: coordinate teoriche ed epistemologiche
Il gruppo di lavoro AGEI “Geografie della Memoria e dell’Oblio” si propone di offrire uno spazio di confronto e coordinamento scientifico attorno a un tema divenuto, negli ultimi decenni, un asse interpretativo centrale nelle scienze sociali, non solo come oggetto (che cosa si ricorda), ma anche e soprattutto come processo e dispositivo (come e perché si ricorda) (Connerton, 1989; Keightley, 2010).
In questo quadro, la prospettiva geografica ha acquisito crescente rilevanza perché consente di leggere la memoria come fatto spaziale, ovvero come insieme di pratiche, infrastrutture materiali e regimi simbolici che producono territori, paesaggi, confini, gerarchie di visibilità e forme di appartenenza (Foote, Azaryahu, 2007). Parlare di “geografie della memoria”, sicché, implica un preciso spostamento epistemologico: dalla memoria intesa come deposito del passato alla memoria concepita come pratica situata e relazionale, che si inscrive nello spazio e, allo stesso tempo, ne orienta la produzione e la significazione nel presente (Huyssen, 2003). In tal senso, lo spazio stesso non è riducibile a supporto materiale del ricordo, ma si configura come un campo dinamico, attraversato da tensioni e negoziazioni; da articolazioni differenziali di visibilità del passato; da regimi egemonici della memoria e memorie subalterne, dissenzienti o contestate; da interventi di ricostruzione e pratiche selettive di memorializzazione o oblio (Jones, 2011).
Tale slittamento prospettico è stato sostenuto da alcuni snodi teorici ormai canonici della letteratura di riferimento: con Halbwachs (1992), la memoria collettiva è concepita come costruzione socialmente incorniciata – ovvero condizionata da quadri relazionali e pratiche condivise – che ne rende analizzabile la dimensione spaziale nelle configurazioni della vita quotidiana. Nora (1984-1992), dal canto suo, attraverso la nozione di lieux de mémoire, ha evidenziato come la memoria si istituzionalizzi e si cristallizzi in luoghi e dispositivi materiali e simbolici (archivi, monumenti, musei), spesso in risposta a fratture nella linea di continuità della trasmissione storica. I lavori di Jan e Aleida Assmann (Assmann, 2010; Assmann, 2011) hanno ulteriormente sistematizzato l’attenzione alle infrastrutture della durata – distinguendo tra memoria comunicativa e memoria culturale –, che hanno messo in luce criticamente i meccanismi di stabilizzazione e canonizzazione del passato. Hirsch (2012) ha mostrato, dal canto suo, come la trasmissione intergenerazionale, in particolare nei contesti traumatici, si realizzi attraverso complesse mediazioni (immagini, narrazioni, silenzi, assenza) che ridefiniscono il nesso tra esperienza vissuta e rappresentazione. Huyssen (1995), infine, ha interpretato la centralità contemporanea dell’oggetto “memoria” come cifra storica del presente – tanto da parlare di un vero e proprio memory boom –, sottolineandone l’ambivalenza strutturale: se da un lato, infatti, esso può sostenere processi di riconoscimento e riparazione, dall’altro può anche tradursi in forme di consumo culturale, di musealizzazione e addomesticamento del conflitto storico.
In modo complementare, l’oblio – inteso come controfigura della memoria – assume particolare rilievo nei contesti in cui le catene di trasmissione culturale sono interrotte da eventi traumatici o da processi di trasformazione sociale (Connerton, 2008). Geografie dell’oblio si manifestano nei vuoti urbani, nelle cancellazioni toponomastiche, negli spazi abbandonati o non reclamati dalla narrazione ufficiale e nelle rovine lasciate dalla guerra e dalla modernizzazione. Questo apre a interrogazioni critiche su come si producono e si mantengono lacune spaziali nella memoria collettiva e – su un piano metodologico – su quali strumenti permettano di esplorare criticamente e operativamente questi spazi dell’invisibile.
All’interno di questo orizzonte, la geografia ha sviluppato un lessico proprio e un’agenda di ricerca specifica su aspetti-chiave quali i paesaggi della memoria (memoryscapes) (Polynczuk-Alenius, 2022); le relazioni tra pratiche di memorializzazione e configurazioni del potere (Maggioli, 2024); la toponomastica come tecnologia simbolica di governo dello spazio (Gallia, Muti, Pecorelli, 2023); le rovine e i processi di ricostruzione post-bellica (Dell’Agnese, 2003; 2004); le pratiche quotidiane del ricordo, le economie e le geografie del turismo della memoria (Maggioli, Arbore, 2021; Maggioli, 2023), nonché le forme emergenti di mediazione digitale (archivi online, piattaforme collaborative, mappature partecipative) (Maggioli, Morri, 2006; Leonardi, 2024).
Un contributo particolarmente significativo proviene, inoltre, dagli heritage studies e segnatamente dagli studi che interpretano monumenti e memoriali non come semplici supporti commemorativi, ma come dispositivi spaziali attraverso cui si articolano e si rinegoziano le relazioni tra spazio, memoria e appartenenza collettiva (Smith, 2006). Nel solco di questa lettura, essi si configurano come luoghi di contesa, di contestazione, di reinscrizione e risemantizzazione, soprattutto nei contesti post-bellici e post-genocidari, dove i discorsi sulla memoria frequentemente incontrano i processi di distruzione e di ricostruzione. La scelta di ricostruire il territorio com’era tende, infatti, a produrre effetti di continuità simbolica e, talvolta, di ricomposizione consensuale del passato; una ricostruzione radicalmente nuova può, invece, comportare la cancellazione di tracce materiali e di reti comunitarie; non da ultimo, la conservazione della rovina può cristallizzare la frattura storica o mercificarla in oggetto di consumo in nome della memoria. Tale particolare concezione intercetta, da un lato, gli studi sul turismo della memoria, dall’altro la riflessione sulla produzione dei territori post-bellici (Till, 2005; Winter, 2016).
Una questione trasversale riguarda, inoltre, i metodi (Radstone, 2000; Kansteiner, 2002). Le geografie della memoria richiedono spesso disegni di ricerca ibridi, che prevedano analisi di fonti e archivi, etnografie e storie di vita, lettura del paesaggio, metodi visuali e semiotici, cartografie critiche e partecipative, fino a strumenti digitali (web mapping, GIS qualitativo, analisi di archivi e piattaforme) (Maggioli, Morri, 2009). La posta in gioco metodologica è duplice: da un lato, rendere l’oggetto “memoria” osservabile senza ridurlo a retorica; dall’altro, tenere insieme materialità e narrazione, tracce e assenze, visibilità e oblio, dimensione pubblica e spazio intimo del ricordare.
Stato del dibattito e prospettive
La riflessione sui tema della memoria e dell’oblio si configura oggi come un ambito attraversato da una pluralità di orientamenti teorici e da una crescente attenzione tanto alle cornici concettuali quanto alle implicazioni metodologiche e pubbliche della ricerca. In particolare, la produzione scientifica più recente ha progressivamente intrecciato il discorso sulla memoria con quello relativo al patrimonio culturale e alle sue forme di governance, delineando una traiettoria che consente di riconsiderare criticamente il ruolo di musei, centri storici, paesaggi culturali e pratiche di valorizzazione quali dispositivi attraverso cui il passato viene selezionato, messo in forma e reso operante nel presente.
D’altra parte, la proliferazione di occasioni di confronto scientifico negli ultimi anni segnala non solo la vitalità del tema, ma anche la sua progressiva istituzionalizzazione nel dibattito geografico italiano: si pensi, ad esempio, alla giornata di studi “Geografia e Memoria: prospettive critiche e interdisciplinari” (14 gennaio 2026), promossa presso la Società Geografica Italiana e curata da Giuseppe Muti e Patrizia Domenica Miggiano, finalizzata ad articolare un confronto tra la geografia e gli altri saperi della memoria, evidenziando intersezioni teoriche e convergenze metodologiche. Analogamente, si richiamano le sessioni dedicate al tema della memoria nell’ambito della V edizione delle Giornate di Studi interdisciplinari promosse dalla Società di Studi Geografici, in particolare all’interno del ciclo “Geografia e…”, e segnatamente del focus “Geografia e Patrimonio. Teorie, discorsi, questioni”. Tra queste si segnalano la sessione “Tra oblio e (dis)continuità: la decolonizzazione del patrimonio culturale nei musei e negli spazi urbani”, coordinata da Camilla Giantomasso e Valeria Pecorelli, e la sessione “Patrimonio e memoria: forme e fini della (ri)produzione politica del passato per il presente”, coordinata da Michela Bonato e Giuseppe Muti. Rientrano, inoltre, in questo quadro scientifico la sessione del Congresso Geografico Italiano (Torino, 3-5 settembre 2026), coordinata da Patrizia Domenica Miggiano, Emanuela Gamberoni e Giuseppe Muti, esito di un lavoro congiunto tra i gruppi “Toponomastica critica”, “Placetelling” e “Geografie per la Società”, nonché la sessione in forma di workshop intitolata “Geografie della memoria: traiettorie di ricerca”, svoltasi nell’ambito della XV Edizione della Giornata di Studio “Oltre la globalizzazione – Traiettorie/Trajectories”, promossa dalla Società di Studi Geografici e tenutasi a Rimini il 15 dicembre 2025, anch’essa coordinata da Patrizia Domenica Miggiano, Emanuela Gamberoni e Giuseppe Muti.
La pluralità e la densità dei contributi emersi in tali occasioni hanno evidenziato l’esistenza di un campo di ricerca in espansione e la necessità di dotarlo di uno spazio aperto di confronto e coordinamento, suggerendo così la costituzione del presente gruppo di lavoro e la condivisione di casi, esperienze, pratiche, lessici e metodi, contribuendo così a immaginare e promuovere una riflessione pubblica più attenta alle implicazioni spaziali del ricordo.
Traiettorie di ricerca: un quadro sintetico
Il GdL “Geografie della Memoria e dell’Oblio” articola la propria attività scientifica attorno a quattro assi principali:
- Spazi della memoria e spazi dell’oblio: paesaggi memoriali, rovine, vuoti urbani, toponomastica, musei e dispositivi espositivi;
- Memorie contese e conflitti simbolici: pratiche di riscrittura dello spazio pubblico, decolonizzazione del patrimonio, giustizia spaziale;
- Ricostruzione e reinscrizione del passato: processi post-bellici, trasformazioni urbane, patrimonializzazione e consumo memoriale;
- Metodi e strumenti per le geografie della memoria: cartografie critiche, mappature partecipative, GIS qualitativo, metodi visuali, narrazioni biografiche e digital storytelling.
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